HOME SWEET HOME: UN TRASLOCO E NIENTE È PIU LO STESSO

 TRATTO DA UNA STORIA MISERAMENTE VERA.
 
C’era una volta un motore di ricerca per trovare casa, una coppia in cerca di casa, una casa da home-hatsgomberare in vista del trasloco. Casa. Tutto comincia da qui,tra recensioni e previsioni, tante valigie al seguito ed una spasmodica ricerca per trovare casa, quella giusta, almeno per un po’. E talvolta niente è come sembra, nemmeno le recensioni. E non dite che non vi avevo avvisati.
Dotata di varie stanze e dunque di diversi affittuari e della loro convivenza, l’annuncio descriveva la villetta in affitto come “un’adorabile casa”, poi si susseguivano vari accostamenti del termine “casa” con aggettivi quali “soleggiata”, “luminosa” o, ancora,
articolazioni più complesse come “rigoglioso giardino”. Eppure, osservando le foto inserite nel portale online di ricerca case, qualcosa avrebbe dovuto stridere con quegli aggettivi edulcorati: la strana posizione del divano rispetto alla televisione avrebbe dovuto lasciare intendere che l’accoglienza sarebbe stata meno edulcorata rispetto a ciò che si potesse immaginare, che c’era qualcosa di sinistro in quel divano posto in un angolino remoto e in tutt’altra direzione rispetto alla televisione, perché ammettiamolo, c’è del perfido nel concedere ai propri ospiti l’uso della tv solo mediante contorsionismo dal divano. Ma ahimè, “del senno di poi ne son piene le fosse”…
La proprietaria della casa in affitto era un’apina laboriosa, dedita alla salvaguardia del suo “patrimonio”, che proteggeva a tempo pieno. Nel suo quadernino appuntava meticolosa i numeri del contatore elettrico e chissà come le sembravano correre quei numeri nonostante fosse gran parte tutto fermo per l’uso quasi nullo di corrente. Delle volte spegneva le luci che riteneva superflue qua e là, passando con noncuranza tra questa e quella stanza, e finiva che ti ritrovavi ad imboccare il cibo su per il naso. Con i fiori era generosa, dava più acqua di quanta ne riuscissero a trattenere e allora, quando questi la rifiutavano cospargendo di acqua il davanzale, lei prendeva a canticchiare tutta ridente, bisbigliando parole incomprensibili come si fa con i neonati mentre si sbrodolano di latte.
E quando giungevano nuovi arrivati sembrava che la sua schiena un pò curva si risollevasse, raddrizzandosi per l’eccitazione. Poi, con scatto felino scrollava la polvere a vista d’occhio, scuoteva battenti e tappeti con un battito di ciglia e come un mercante che elogia le sue mercanzie per impressionare gli incerti acquirenti, mostrava la casa in affitto che prendeva ad illuminarsi e profumare al suon delle sue lusinghe, magicamente, almeno finché si arrivava alla stanza successiva, poi l’incantesimo svaniva. E dopo aver sconsigliato “maternamente” l’uso della diabolica asciugatrice, neanche fosse un mostro tritura vestiti affamato, cosi come tutti gli altri elettrodomestici che ne erano direttamente o indirettamente imparentati, tornava soddisfatta nella sua dimora (stessa strada, ahimè, appena appena di fronte) e lì restava, almeno per un pò, prima della visita-ispezione per accertarsi che andasse tutto bene e che tutto funzionasse al meglio, specie il suo amato contatore.
Non era chiaro se la temperatura all’interno della casa fosse appositamente tenuta Two handmade snowmen with Christmas background on white fur(estremamente) bassa per salvaguardare da un eccessivo sbalzo con il mondo esterno, con il risultato di non riuscire a distinguere chi uscisse e chi rientrasse, dal momento che sciarpa e giubbotto rappresentavano la consueta tenuta da casa.
In effetti, profonde crisi di inutilità colpivano periodicamente termosifoni e camino d’epoca (“d’epoca” nel senso di utilizzo in altra epoca e che, in mancanza di prove, per quanto ne sapessero gli ospiti della casa, quel bel camino poteva essere persino il frutto della propria immaginazione). Una triste sorte li relegava al mondo del superfluo, del proibito: persino con molti gradi sotto zero, la proprietaria si adoperava con mille stratagemmi affinché gli ospiti della casa si dimenticassero della loro presenza.lego-wonder-woman
Gli ospiti più coraggiosi si impegnarono in una lotta interna segretissima, battuta sino all’ultimo giorno di permanenza a colpi di termostato: chissà l’espressione della proprietaria nel vedere qualche povero termosifone in funzione, non faceva in tempo ad
intiepidirsi che veniva spento con fermezza e messo a tacere, almeno fino alla successiva ribellione dell’ospite impavido, che si era promesso di sfiancare il braccino corto della proprietaria.
Trattandosi di una casa a più piani e più stanze, la combinazione si traduceva in 20160131_155503convivenza: stessa specie, sebbene con qualche riserva.
La casa era piuttosto variegata, spesso affollata da un via vai di gente, un melting pot di usi, costumi, stranezze e curiose varietà
La “principessa sul pisello” era certamente tra queste. Di passaggio per qualche giorno e cosi presto ribattezzata non per un suo allure principesco, ma piuttosto per il suo vezzo di agire e comportarsi. Tra queste consuetudini vi era quella di bussare alla porta della toilette, ripetutamente, forsennatamente, senza timore che la persona di turno la mandasse a quel famoso paese in maniera ben più scurrile, quanto meno nel farlo avrebbe liberato il bagno per lei- pensava di certo. Delle volte sembrava che aspettasse che la toilette venisse occupata solo per il gusto di bussare affannosamente e se qualcuno rinunciava al suo momento di privacy abbandonando la salle de bains, se la ritrovava all’uscita con l’aria di chi si trovava per caso a passare da quelle parti.
Poi c’era la “coppia auricolare“. La coppia auricolare era una irriverente coppia di ragazze di indecifrabile età studentesca che viveva in una simbiosi totale con le proprie cuffie auricolari. Sembrava non parlassero, non mangiassero, non vivessero in quella casa né su questa terra. Ma quando uscivano dalla loro tana, passavano a grandi falcate e con grande mostra di auricolari o trascinandosi addirittura il portatile dietro, tenendolo sul palmo della mano come fosse un amuleto col quale mascherarsi o mascherare il volto altrui. Inutile qualsiasi tentativo di avvicinamento: rinnegavano ogni forma di saluto e cordialità. Talvolta, una delle due chiacchierone si concedeva in spettacolari esibizioni: srotolava i propri capelli a testa in giù per poi dimenarsi come in un qualche rito tribale, poi si risollevava di scatto e si allontanava soddisfatta con la stessa camminata di un pavone. L’unico momento in cui fu possibile accertarsi che lingua parlassero (o meglio, che almeno una delle due parlasse) fu quando il cane di una delle walkman girls passò una notte nella casa e vi fu uno scambio di due parole tra padrone innamorate dei propri cani. Ma durò poco, un rapido scondinzolare che sparì alle prime luci del giorno seguente, così come ogni forma di contatto visivo e di saluto. Presto nuovamente invisibili. Ma quantomeno, quel cane diede grandi soddisfazioni, facendo una festa sincera ad ogni incontro per casa. Sarebbe stato preferito di gran lunga come coinquilino, ma al mattino presto era già andato via.
Poi c’era una simpatica ragazza coreana. Condiva ogni cosa con una risata, tanto per non sbagliarsi. Anche il suo modo di parlare era divertente; delle volte la sua risposta a qualcosa che le si diceva era un prolungato “oh” di stupore autentico, come quello dei bambini. Chiedeva spesso dell’Italia, che adorava, concedendo cosi il lusso di vedere la propria terra attraverso gli occhi curiosi e ingenui di un turista. Poi chiedeva spesso di ricette e posti da visitare e improvvisava qualche parola in italiano per dar prova del suo vero amore per l’Italia. Difficile non crederle.
E poi,eccola, la ragazza fumetto. Neanche lei parlava granché; le sue movenze sembravano venir fuori da un fumetto orientale, sembrava facesse tutto per sequenze. La ragazza aveva un passo silenzioso e un menu soporifero. Inalare quegli odori in cucina poteva comportare molteplici e contrastanti reazioni. Forse dipendeva dagli orari, o dall’umore, forse solo dalla mancanza di aria inodore.
Probabilmente aveva scoperto una qualche via di salvezza per l’ambiente, poiché lavava piatti e quant’altro rigorosamente senza sapone, scacciando via lo sporco con uno spazzolino per lavastoviglie, sebbene spesso non fosse chiaro se stesse pulendo o sporcando i piatti. Impegnata com’era, non si accorgeva nemmeno degli sguardi attoniti di chi si trovava ad essere spettatore involontario, segnato per sempre da quella scena che nemmeno un fiume di detersivo avrebbe cacciato via.
Un fenomeno singolare capitava quando gli ospiti si accingevano a lasciare la casa: la signora ipnotizzava il malcapitato affinché lasciasse una bella recensione “spontanea”, specie chi aveva goduto di brevi soste nella casa (ben più distratte e noncuranti), cosi da affollare di giudizi positivi la propria dimora nel motore di ricerca per case in affitto. Chi partiva lasciava spesso alimenti e molto altro che la signora fagocitava nei propri 20151106_155300-effectssportelli “offrendoli” con gran cuore al successivo ospite, naturalmente rivendicandone la proprietà come fossero suoi, conquistando cosi la riconoscenza del nuovo ospite, ignaro di ciò che lo aspettava.
Come protetta dal dono dell’ubiquità, delle volte lasciavi la proprietaria in cucina e la ritrovavi al piano superiore o, peggio, nell’ombrosa cantina dove ti fulminava con lo sguardo mentre ritiravi il carico dell’asciugatrice: eh già, perché dopo tante ristrettezze e i tentativi di asciugare il bucato con l’aria stantia del seminterrato (che aveva trasferito sugli indumenti un’aroma decadente ed impressionabile per i più deboli), avevi deposto ogni entusiasmo nei metodi di asciugatura alternativi e giurato fedeltà alla macchina asciugatutto. Ma lei, la proprietaria, doveva aver annusato quell’intenzione, perché rapida aveva inghiottito quelle scale e in un lampo era li, ad assistere alla scena, fulminarti, per poi sparire silenziosa cosi come era arrivata.20151213_145929
Talvolta la visita-ispezione avveniva nel bel mezzo della cena o quando ci si tratteneva a chiacchierare con gli altri ospiti della casa, ma lei restava silenziosa sull’uscio della porta, nella penombra, finché non prendeva a muovere la testolina e i lunghi capelli aggrappati
alla testa variopinta e ci si accorgeva della sua presenza. E a quel punto non c’era scampo: importunava il poveraccio di turno con domande strategiche per sapere ciò che le premeva sapere o per sollecitare il soggetto in questione affinché facesse o meno qualcosa, come nel caso delle “recensioni spontanee”. Dopodiché iniziava la sua conta dei rotoli di carta
igienica utilizzati dagli ospiti ed altre graziose attività.
runners.jpgCosì, quando nell’arco della stessa stagione capitò una nuova casa in affitto a poco più di un mese dal rocambolesco trasloco precedente,  beh.. il dramma del trasloco si tramutò in
puro piacere, perché spostarsi anche di una sola traversa più in la’ poteva aprire ad una irrefrenabile libertà assopita. Perché si sa, la libertà non ha prezzo.
Morale della storia: non è tutto oro ciò che luccica. E soprattutto, prima di credere che (una casa in affitto) luccichi, controllate sotto i tappeti!
 the end (?)
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